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Ultimo aggiornamento: 8 novembre 2026

Il problema dell’analisi condotta da non laici

Il problema dell'analisi condotta da non laici (copertina)

Per il centenario della Questione dell'analisi laica (1926 - 2026)

Disponibile nei formati ebook e stampa

Agenda:


Presentazione dell’Archivio. Vedere al di là del proprio naso

Si dovrebbe capire che le cose sono senza speranza, e tuttavia essere decisi a cambiarle.
F. S. Fitzgerald The crack-up

De facto e de jure, oggi per la pubblica opinione la psicanalisi è una psicoterapia e dunque – dopo l’entrata in vigore della legge 56 del 18 febbraio 1989 (legge Ossicini) – una professione sanitaria giuridicamente regolamentata che si può esercitare ottenendo il titolo di “psicoterapeuta a orientamento (o indirizzo) psicanalitico” a conclusione di un iter universitario e di una formazione in una scuola di specializzazione in psicoterapia riconosciuta dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca).

Qualunque discorso sulla psicanalisi, quanto meno in Italia, non può fare a meno d’iniziare dalla constatazione che lo psicanalista è uno psicoterapeuta autorizzato dallo Stato a curare disturbi e malattie della mente, e, più generalmente, il “disagio psichico” – grazie all’acquisizione di una competenza professionale riconosciutagli dalla legge.

Tuttavia – benché si tratti ormai di una possibilità remota – qualcuno potrebbe trovarsi di fronte a questa curiosa aggettivazione: psicanalisi laica (in tedesco Laienanalyse), di pugno di Freud, che col titolo Die Frage der Laienanalyse (La questione dell’analisi laica), scrisse un importante opuscolo divulgativo per descrivere che cos’è la psicanalisi (per Freud la psicanalisi è laica in quanto tale).

Ma se si cerca su un qualsiasi motore di ricerca la voce “psicanalisi laica”, tutto ciò che si trova è una breve pagina di Wikipedia che inizia con questa definizione: «Con il termine psicanalisi laica, o più semplicemente analisi laica, si intende la psicanalisi condotta da non medici o non psicologi»[1]. In altri termini, ci si trova di fronte a un circolo vizioso, poiché l’analisi è l’analista laico non vengono definiti se non per il loro statuto privativo – non questo, non quello – rispetto al medico e allo psicologo[2].
In effetti, il senso di una simile definizione tende inevitabilmente a ridursi a: 

 Psicanalisi fornita da qualcuno senza alcuna formazione [che] non ha esperienza, supervisione clinica o tutoraggio per sviluppare abilità e conoscere l’etica della pratica. L’analisi laica […] comporta una serie di preoccupazioni, poiché i professionisti qualificati sostengono che è necessaria una vasta esperienza supervisionata per assistere i pazienti in modo efficace e appropriato[3].

Fuor di perifrasi, è la definizione del perfetto incompetente; e poiché questo qualcuno pratica la psicanalisi con dei “pazienti” senza averne i titoli, la sua incompetenza diventa ciarlataneria e si configura come un reato[4].   
Di conseguenza, la pagina di Wikipedia avverte: «In Italia è considerato illegale praticare la psicanalisi se non si è iscritti all’albo dei medici o degli psicologi, in quanto la psicanalisi è considerata psicoterapia, quindi praticabile solo da medici o psicologi». Non si esce dal circolo vizioso. E naturalmente, la questione: considerata da chi?, non si pone nemmeno.
Tutto ciò per la cosiddetta “utenza” è talmente logico, naturale, semplice, indiscutibile, da ridursi a un vero e proprio truismo.
Fin dal 1926 Freud aveva ben chiara questa situazione:  


I nervosi sono dei malati, i laici non sono dei medici, la psicanalisi è un procedimento per la guarigione o per l’attenuazione dei dolori nervosi, tutti i trattamenti di tal genere sono riservati ai medici; di conseguenza, non è permesso che dei laici esercitino l’analisi sui soggetti nervosi, e qualora ciò avvenga, può essere punito. Di fronte a una situazione così semplice, non si osa neppure occuparsi della questione concernente l’analisi laica[5].

Freud, che aveva scritto Die Frage der Laienanalyse per difendere dal reato di abuso di professione un suo allievo, analista non medico (da lui fermamente dissuaso dall’intraprendere gli studi di medicina per non buttar via il suo tempo), si affretta ad aggiungere: 


Tuttavia, vi sono alcune complicazioni [...] che richiedono certamente considerazione. Può darsi forse che i malati non siano, in questo caso, come gli altri malati, che i laici non siano propriamente laici e che i medici non offrano ciò che ci si potrebbe aspettare dai medici e su cui costoro fondano le loro prerogative[6].

È appunto perché le cose non sono come sembrano, che i documenti finora raccolti in questo Archivio della questione dell’analisi laica (o, più brevemente, Archivio dell’analisi laica) – per la maggior parte ormai introvabili o di difficile reperibilità (come se della storia dell’analisi laica in Italia non dovesse rimanere traccia) – invitano a non appagarsi della trivialità culturale, a non prestar ciecamente fede a una conoscenza appiattita sull’informazione, per cominciare a vedere le cose sotto un’altra prospettiva, molto più complessa.
Proviamo allora a enunciare, con Freud, la conditio sine qua non dell’analisi laica: die analytische Situation verträgt keinen Dritten, alla lettera: «la situazione analitica non tollera terzi». 
Questa è la definizione freudiana dell’analisi “laica”, che conferisce all’atto di chi la pratica il peculiare statuto di non tollerare (vertragen) – e non semplicemente di escludere (ausschließen), come traduce Musatti – terzi.
Si noti che Freud non attribuisce questa intolleranza all’analista ma alla situazione analitica. Non è dunque perché ha la pretesa di porsi al di fuori della legge che l’analista è laico, ma perché è la stessa “situazione analitica” (die analytische Situation) a imporglielo. L’intromissione – o l’ammissione – di un qualsiasi terzo nel rapporto analitico (per esempio, il condividere finalità in comune tra analista e analizzante, come la promessa di guarigione) e non solo di quel Terzo dei terzi che è lo Stato, lo distrugge ipso facto.
Risulta subito evidente come una simile conditio ponga la Laienanalyse in un conflitto radicale con una Kultur che ha fatto del riferimento al Terzo la sua religione e della sua latitanza in un qualunque ambito sociale lo scandalo di un “vuoto giuridico” che grida (oltre che vendetta) alla sua “regolamentazione”. 
Nel “discorso” (nel senso di Foucault e Lacan) che organizza il nostro legame sociale, niente è più scandaloso che lasciare a due soggetti la libertà di regolare il loro rapporto senza il riferimento a un terzo che “normativizzi” i loro conflitti, i loro arbitrî, i loro eccessi; d’altronde, è pur vero che non c’è niente di più difficile, se pensiamo a come tutti i rapporti – a cominciare dall’amore e l’amicizia – siano costantemente minacciati dal pericolo di una deriva paranoica. 
Eppure il transfert analitico, se non lo si riduce a mera suggestione, è proprio il caso, più unico che raro, di un legame sociale che si sostiene (e autorizza) da sé, senza il riferimento esplicito a una terza autorità che interviene a dirimere i conflitti e a trasformare degli atti pericolosamente liberi in comportamenti normati. 
Si capisce come la posta in gioco sia nientemeno che la sovranità di un soggetto capace di tenere a freno le sue pulsioni senza ricorrere a inibizione, sintomo e angoscia, ma anche senza perversione, e come questa sovranità – che per definizione non tollera terzi – sia il “sommo bene” di un’analisi.
Non per niente, per Freud, lungi dal ridursi a una psicoterapia, la psicanalisi è, prima di ogni altra cosa, un “lavoro di civiltà” (Kulturarbeit). 

La psicanalisi è nata come terapia, ma non è questa la ragione per cui ho inteso raccomandarla al vostro interesse, bensì per il suo contenuto di verità [Wahrheitsgehalt], per le chiavi di comprensione [Aufschlüsse] che essa ci offre a proposito di ciò che è più vicino all’uomo, la sua stessa essenza[7].

Ma si capisce anche il sommo pericolo politico che per l’ordine sociale costituisce un rapporto tra dei soggetti sovrani che “non si autorizzano se non da sé stessi” nel loro atto, che superiorem non recognoscens.
Non a caso, uno dei principali j’accuse scagliati contro gli psicanalisti laici è stato il “vuoto giuridico” di cui essi avrebbero goduto per troppo tempo impunemente e scandalosamente. Ebbene, questo privilegio non riguarda certo solo loro, ma tutti i citoyens du monde. L’unica differenza è che se lo psicanalista, come dice Lacan, «si fa guardiano della realtà collettiva»[8],  per cui il suo atto “clinico” svolge al tempo stesso una funzione politica, tale funzione può essere solo vegliare affinché quella parte del soggetto chiamata da Freud “inconscio” resti ai confini delle terre giuridicamente accatastabili.

Ciò non ha niente a che fare con la presunzione di sottrarsi alla legge ponendosi al di sopra di essa, perché il diritto può fondarsi solo su un vuoto giuridico su cui non può, non deve e soprattutto non vuole avere presa. In caso contrario si autodistruggerebbe, non senza che un surrogato degenere e usurpatore ne prenda il posto.
La vera misura del diritto, infatti, è il rispetto di uno spazio di non-diritto (il richiamo è a Jean Carbonnier), che è come il suo Altrove sconosciuto, il suo resto inassimilabile, e che costituisce la «vera libertà» che ha ogni suddito – è nientemeno Hobbes a dirlo – «in tutte quelle cose il diritto alle quali non può essere ceduto per patto»[9].
È solo grazie all’esistenza del suo vuoto giuridico che ciascun soggetto può scegliere di alienare, mediante un patto sociale, una parte della propria libertà al sovrano, accettando di farsi suo suddito; ma per lo stesso motivo è libero di annullare quel patto nel caso in cui il sovrano voglia impossessarsi del suo vuoto giuridico, pretendendo di farne oggetto di norme[10]. Quando questo accade, non può più esserci nessuna sovranità.

E questo può dirci qualcosa, che lo si sappia a o no, sull’obiettivo politico che ci si prefigge quando si vuole includere la psicanalisi nelle psicoterapie regolamentate dallo Stato. 

Moreno Manghi
Primo maggio 2023

1 https://it.wikipedia.org/wiki/Psicoanalisi_laica.

2 Non a caso, in Italia Die Frage der Laienanalyse è conosciuta dai più come Il problema dell’analisi condotta da non medici, mentre sono molti di meno quelli che la conoscono col suo vero titolo: La questione dell’analisi laica. 

3 https://spiegato.com/che-cose-unanalisi-laica.

4 E poco importa se  questo qualcuno ha alle spalle mediamente dieci o più anni di analisi personale (o più di una), altrettanti o più di supervisione, altrettanti o più di pratica analitica, per non parlare della sua ricerca teorica e delle sue pubblicazioni.

5 Ultime righe dell’Introduzione a Il problema dell’analisi condotta da non medici (1926), in Opere di Sigmund Freud, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978 (1980), p. 417. [trad. leggermente modificata]. 

6 Ibid.

7 S. Freud, Introduzione alla psicanalisi, seconda serie di lezioni (1932), Lezione 34, in Opere, vol. 11, p. 261.

8 «L’analyste se fait le gardien de la réalité collective». J. Lacan, De la psychanalyse dans ses rapports avec la réalité (18 dicembre 1967), in Autres écrits, Seuil, Paris 2001, p. 359; trad. it. in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 355 (dove “gardien” è tradotto con “custode”). 

9 T. Hobbes, Leviatano, a cura di A. Pacchi, Laterza, Bari 1989, p. 181.

10  Per esempio, amare, anche quando si tratta di un amore peccaminoso, moralmente riprovevole, abietto, “folle”, o tutto ciò che si vuole, non può essere né giuridicamente proibito né giuridicamente permesso. A meno che per amore non si compiano atti giuridicamente proibiti, cioè reati (mentre l’amore per un criminale, per quanto moralmente riprovevole, non ha nulla di illecito), il diritto non può occuparsene. Un lendemain avrebbe tutti i motivi di chanter il giorno in cui il diritto affermasse che non vuole occuparsene.